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Autore: VStrategy

Come ideare una valida strategia per la Brand Awareness

Oggi, un presente dove non si parla d’altro che di brand e personal branding, se avessi la tv e ci fosse il notiziario del Marketing tipo tg1, ogni servizio verrebbe strutturato su questo tema. Senz’altro attuale, avere consapevolezza del proprio marchio e aiutarlo a crescere sotto tutti gli aspetti nel tempo è fra i compiti del bravo imprenditore. 

Yes, but…

Un po’ come il fatturato che prende parte al balletto come protagonista alla risposta della domanda: “Quali sono gli obiettivi aziendali?”, il brand è una conseguenza e non è direttamente considerabile piano d’azione. Un occhio puntato, di tanto in tanto, alla cosiddetta brand awareness come da strategia di marketing, ma l’altro sempre fisso sulle azioni importanti, quelle di tutti i giorni, quelle scritte nel piano di marketing. Quelle che in realtà, nel concreto, ci aiuteranno ad accrescere il brand nei vari aspetti. 

Mi piacciono gli elenchi, lo sai, ed eccone uno pronto all’uso, dove riporto gli aspetti fondamentali da tenere in considerazione:

  1. Tone of voice: il tono di voce della tua enterprise può essere tante cose: amichevole, serioso, professionale, dinamico, aggressivo, gentile, pulito, semplice ecc., è essenziale che sia A U T E N T I C O ;
  2. Gestione del cliente nelle varie fasi del suo viaggio: il Customer Journey (ne parlo proprio nel mio podcast);
  3. Alla base di tutto, ovviamente, metodo di lavoro aziendale efficiente;
  4. Comunicazione aziendale con l’interno e l’esterno: la nostra strategia di marketing.

Lavorando su questi punti, giorno dopo giorno, con la costanza della formica, otterremo risultati non indifferenti per il nostro brand e personal branding. 

Pensaci, è reale, operare quotidianamente con il focus sulle 4 macro aree sopra, conoscerai nuovi clienti, fidelizzerai quelli vecchi, intraprenderai nuove partnership, evolverai insieme al tuo progetto di business. E la conseguenza altrettanto verace e tangibile? Hai di fatto aumentato la tua brand awareness.

Voglio raccontarti una storia, e pensa che sono sicuro ne hai una simile anche tu da raccontare perché funziona davvero così. Mi riferisco alle “istituzioni locali”, divenute tali nel tempo. 

Nel paese dove sono cresciuto, un paesotto di campagna che oggi farà 6 mila abitanti circa, c’è sempre stata una tabaccheria e tutt’oggi presente e molto attiva. Io la chiamo Poppins. Tutto ciò che puoi trovare in una cartoleria specializzata, una tabaccheria aggiornata a tutti i servizi disponibili per la comunità, ad esempio l’abbonamento degli autobus, Amazon Hub, Gls Point, varietà di caramelle provenienti da ogni angolo del mondo, un po’ di giocattoli ed il gioco è fatto.

Quando non riesci a reperire un articolo per la scuola, vai da Poppins, lui apre la sua borsa, pronuncia: “supercalifragilistichespiralidoso” e come per magia ecco l’articolo inizialmente introvabile davanti ai tuoi occhi.

Anche nei paesi limitrofi lo sanno tutti, nessuno escluso. 

Hai una storia simile anche tu vero?

Bene, analizziamole.

Nel mio caso, Poppins e il padre prima di lui, hanno voluto accogliere alcune esigenze della comunità. Con il tempo hanno superato le aspettative delle loro varie buyer persona (cliente target). Hanno poi mantenuto il trend, continuando ad aggiornarsi sempre nei medesimi campi. 

Ad oggi non hanno un logo figo, un sito web o una pagina social. Hanno iniziato la loro comunicazione tanto tempo fa, perseverando, giorno dopo giorno, nel soddisfare le richieste del potenziale cliente pertinenti ai loro settori. 

Hanno costruito un castello con basi solidissime. Questo è vero marketing.

La conseguenza di tutto? 

Possiamo essere certi che nell’area di interesse di Poppins tutti sanno cosa offre, come lo offre e perché dovremmo andare da lui nel caso in cui ne abbiamo bisogno.

Ultima analisi: il suo personal branding.

Da manuale perché  A U T E N T I C O . 

Di fatto si rivolge a bambini, studenti, padri e madri di famiglia. Lui ha famiglia, non ricordo con esattezza se con 6 o 7 figli, porta avanti l’attività con la moglie e qualche figlio più grande. 

Sommariamente, loro sono in grado di parlare con genitori e bambini, hanno fatto di sé stessi la propria buyer persona in maniera naturale, perché corrispondente al vero. 

Se hai delle lacune in uno o più dei quattro punti scritti sopra, pensaci, non sprecare investimenti e tempo inutilmente. Saltare delle tappe fondamentali per arrivare direttamente a lavorare sulla brand awareness, brand satisfaction ecc. 

Scrivimi e parliamone, se alla base esiste un valido progetto, possiamo lavorare insieme per raggiungere i traguardi desiderati. 

Il titolo del prossimo articolo: “E-mail marketing – COME”.

Buon Marketing.

Rendi proficua la tua comunicazione utilizzando i canali corretti

Il negoziante alla ricerca del luogo perfetto per la sua attività deve mettere sul piatto della bilancia diversi fattori. Mettiamo caso che questo negozio sia una boutique alimentari. 

In base alla sua buyer persona ipotetica: 

Sesso: donna 

Stato economico: benestante 

Età: 40 – 70 

S. sociale: sposata con figli/nipoti

Occupazione: casalinga, pensionata, quadro

Profilo psicologico: Eccetera eccetera.

Ora mettiamoci nei panni del negoziante verticalizzato in prodotti alimentari di nicchia, tipici e di alta qualità. 

Iniziamo le valutazioni del caso, come:

  • Zona: centrale ma non troppo, deve essere comunque di passaggio, magari vicino alla zona residenziale del centro città, di certo non all’interno di un centro commerciale;
  • Costi: affitto/acquisto del locale, personale ecc.;
  • Sondaggi: abitudini attuali della nostra buyer persona;
  • Attività vicine: è importante approfittare delle altre attività, ad esempio c’è un locale pronto, adiacente ad un negozio che vende ortofrutta, potenzialmente perfetto, anche in previsioni di campagne in co-branding future! ;

e così via.

La stessa identica cosa accade nella comunicazione digitale, nelle strategie di web marketing. La scelta della location del nostro negozio corrisponde in questo caso all’individuazione del canale di comunicazione come potrebbe essere il sito web, e i social network. 

Ad oggi c’è un ampia scelta e diventa sempre più importante individuare quale di questi fa al caso nostro. 

  • Chi è la mia buyer persona? 
  • In quale canale è presente il mio pubblico (banale)? 
  • Quali attività è solito svolgere in quel canale?

Perché, come per il negoziante di prima, non solo è importante sapere la residenza, ma il tipo di attività che il nostro potenziale cliente svolge nella zona. Presenza e attività, abitudini. 

Poi tutto si può modificare, educare la nostra buyer persona nel tempo, ma non possiamo pretendere di stravolgerla dal punto zero. 

Una raccomandazione che non smetterò mai di ripetere (anche a me stesso): 

NON SEGUIAMO LE MODE!

Ma Tik Tok è il futuro, ci sono tutti…

Anche se tutto il nostro pubblico fosse (anche) su Tik Tok – social del 2021, ciò non significa che vedendo la nostra comunicazione anche su quella piattaforma possiamo tradurla in più conversioni e in numeri positivi per la nostra attività. L’errore più comune è sminuire la/le mission del social network preso in considerazione. 

L’importante è comunicare il più possibile. Sì, ok, ma con criterio. 

Ci sono professioni e attività che si prestano a più canali, altre non hanno tutta questa scelta perché la loro nicchia è attiva in un canale specifico. 

Anche potendo comunicare attraverso 10 piattaforme diverse per la nostra azienda è di vitale importanza non replicare la medesima comunicazione sui vari canali, risulterebbe ridondante e inefficace.

Dai, sarebbe come applicare la stessa strategia di marketing ad attività diverse con obiettivi diversi. 

È fondamentale investire i soldi del budget riservato alla comunicazione e al nostro brand in maniera proficua, eliminare la fuffa che ci attornia e crescere, raggiungere i nostri obiettivi valutando i risultati che arrivano durante il nostro percorso. 

Non mi stancherò mai di dirlo:   “ ! È T U T T O C O L L E G A T O ! ”

Vision, mission, strategia aiendale, management aziendale, strategia di marketing, marketing operativo, branding, personal branding, campagne di marketing, vendite, gestione del cliente… la lista è lunga e il collegamento tra gli elementi è reticolare, riesci a vederla anche tu la rete che vedo io? 

Visioni a parte il prossimo articolo si intitola: “Come ideare una valida strategia la propria Brand Awareness” 

Come sempre, a presto e buon lavoro.

I competitor – Again

Sarò onesto: sono un competitivo. 

Ho imparato a competere fin da piccolo, nello sport, prima nel nuoto a livello agonistico poi nella Muay Thai. Vincere mi è sempre piaciuto. 

Grazie Francè, a chi piace perdere? 

Ho iniziato l’agonismo con il nuoto quando ero poco più di un bambino e quando arrivavo secondo o peggio terzo, tornavo a casa insoddisfatto. Cambiando sport come si dice, altro giorno stessa storia. Avevo 16 anni e nonostante fossi più cresciuto, ho rivissuto le medesime sensazioni di quando ne avevo 10. Nel momento in cui mi capitava di perdere la cosa non mi piaceva affatto e giù con allenamenti più pesanti. 

Grazie alla competizione nelle arti marziali però, ho scoperto un’altra variabile che da piccolo non ho mai avuto modo di considerare e che era portatrice di rabbia e frustrazione, barare. Quando incontravo avversarsi di una categoria decisamente sopra la mia, ricordo paura mista a delusione e collera. Imbrogliare in genere è sbagliato, per lo meno per me, l’inganno leva il gusto del reale, oltremodo farlo con atleti che non gareggiano a livello professionale è davvero ridicolo.

Comunque. 

Arriva il 28 marzo 2010 e sono di fronte all’ennesimo avversario con qualche kilo in più dei miei. L’ho sopraffatto e ho vinto gli open della mia categoria. Sono arrivato primo. 

Ecco il passaggio che ha prodotto il click nella mia mente. Torno a casa pieno, soddisfatto e per i primi giorni avvenire, onesto, camminavo a due metri da terra. 

Un piccolo Hulk!

Torno in palestra e riprendo gli allenamenti, e a poco a poco, la sensazione di smarrimento, vuoto, prende il posto delle altre. 

Dove sono finito?

A trovare quella competizione nel lavoro, un po’ recidivo lo ammetto. Altro giorno, stessa storia. Perdi, sei amareggiato, vinci sei soddisfatto e poi arriva il vuoto, in poche parole sei dentro la ruota del criceto che gira in eterno sempre alla stessa maniera.

Oggi posso ufficialmente dire che non credo più nella competizione, intesa come battere qualcuno e arrivare prima di lui. Quel tipo di competizione non esiste perché dopo arriva il vuoto, non è sana per me. Anche con la promessa a monte che la sfida sarà accettata con estrema sportività, quando arrivi secondo rosichi e inizi ad osservare il lavoro dell’altro trovando mille giustificazioni per la sua performance migliore della tua. Quante volte hanno sminuito il mio operato e quante altre mi è capitato di sminuire quello altrui.

Oggi non faccio più compagnia a quel criceto. Corro in un percorso lineare con a fianco il mio unico vero competitor, me stesso. Solo così avrò modo di crescere veramente e senza sosta.

Morale della favola, i competitor non sono aziende da battere o superare, è inutile gettare fango su di essi, giudicarli davanti ai nostri clienti. Non è proficuo per noi stessi e per la nostra azienda. 

In tutti i progetti strategici analizzo e inserisco report sui competitor dell’azienda che sto servendo, li studio perché sono fonte di notizie dalle quali si possono prendere validi spunti osservando i loro movimenti. Non occorre decifrare la loro strategia così da poterli superare. In primo luogo, ogni azienda è unica e copiare il lavoro altrui è un errore madornale, ci sposta dal nostro tracciato portandoci in posti che non conosciamo dove il rischio di farsi male è molto alto. In secondo luogo, non potremmo mai capire al 100% la loro strategia. 

Quello che possiamo augurarci è di trovare delle informazioni che ci aiutano ad evitare errori nella nostra strategia. 

Ecco l’unico motivo davvero importante per il quale dobbiamo studiare i competitor analizzandoli al meglio.

L’unica vera sfida rimane con noi stessi.

Non trascurabile è la corretta scelta dei canali per la nostra comunicazione, nei quali è attivo e assetato il nostro pubblico, il nostro potenziale cliente. Ne parlerò nel prossimo articolo: “Rendere proficua la nostra comunicazione con i canali corretti”.

A presto e buona giornata

Il Marketing è scalabilità

Avere un sogno non significa non stare coi piedi per terra, al contrario è l’unico modo che abbiamo per valutare ogni passo del nostro progetto. 

Perché solo attraverso il sogno possiamo produrre marketing scalabile e al contempo rendere piccolo e fattibile ogni passo quando messo a confronto con la visione più alta.

La nostra strategia di marketing per essere considerata un valido piano deve abbracciare almeno fino al 70% di questa visione. Ideata, costruita e dilazionata nel tempo come ben sappiamo. In sostanza partire dalla fine per arrivare al presente. Determinare la fine di un sogno è difficile, la conclusione di un sogno è fumosa, ecco perché dobbiamo contemplare tale visione cercando di considerarne almeno il suo 70%. Altrimenti le azioni che definiscono gli obiettivi nel presente rimarranno fine a sé stesse, non saranno collegate dal fil rouge che ci porterà al successo. 

Ogni progetto di business degno di questo nome deve essere scalabile, ovvero contenere un potenziale di crescita esponenziale che non venga corrisposto proporzionalmente dalle risorse investite. 

Strategicamente basilare è un percorso studiato passo passo e sostenuto da consueta sperimentazione, analisi e implementazione. 

A tal proposito voglio riportare un caso di successo che ho studiato per un’azienda cliente del settore bigiotteria. 

Marlù gioielli, una partenza fin troppo “oculata” per una crescita a macchia d’olio.

È la storia di tre donne intraprendenti, che hanno investito nella propria azienda seguendo una strategia vera e propria. Alla base il sogno – la vision per dirla in termini più attuali/teorici – di Morena, creare gioielli accessibili a tutti dove il valore di questi è dato dal messaggio trasmesso, quindi valorizzare le emozioni suscitate.

È la fine, ma anche il punto di partenza. 

Usano materiali semplici: acciaio, vetro e legno, ed hanno testato i prodotti in loco, partendo proprio da San Marino nel 2001. L’anno scorso l’azienda ha compiuto vent’anni e ad oggi hanno negozi sparsi in tutta Italia e all’estero. 

È facile celebrare il successo. Credo che non sarà stato tutto rosa e fiori, come in tutte le storie, si vivono giorni pieni di luce, veloci e oso dire semplici, come anche giorni meno chiari, offuscati dove ci si sente più o meno arenati, con questioni da risolvere (peraltro i giorni più proficui); anche le tre sorelle avranno avuto il loro bel da fare. Non conosco la strategia, ho potuto intuire le mosse più evidenti.

La crescita fatta per gradi, collaborazione con università del territorio e quindi la valorizzazione dello stesso, utilizzo strategico dei mezzi di comunicazione web e social media e il franchising hanno fatto sicuramente delle tre sorelle una squadra vincente. 

Questo in vent’anni di lavoro.  

Ogni singola parte ha il suo valore e deve fare il suo lavoro, come per i pezzi di un puzzle che quando finiamo di sistemarli tra di loro riusciamo ad apprezzare l’immagine nella sua completezza.

Il prossimo articolo: I competitor, come guardarli e cosa prendere da loro. 

A presto e buon Marketing!

La strategia di Marketing deve fare paura

L’ignoto è la più grande paura dell’uomo, di fatto la morte è ignoto, il futuro è ignoto, il vuoto è ignoto. Ci vuole fegato per provare quella sensazione di vuoto allo stomaco, la stessa che si ha quando inizia la discesa sulle montagne russe. 

Tutto ciò non vuole essere sinonimo di avventatezza o impreparazione, il passo più lungo della gamba, proprio quello compiuto nell’ignoto. 

Mi riferisco alla scoperta. Ogni cosa nuova era prima ignota e attenzione, non sappiamo ancora se la novità è buona o meno. 

Una cosa è certa: facendo le stesse cose si ottengono risultati identici. 

Pertanto, tutti quelli che auspicano il miglioramento si troveranno sempre difronte ad una piccola parte di ignoto, dove piccola perché calcolata scrupolosamente. 

Ce lo insegna la scienza, se vuoi progredire, devi sperimentare. 

Nel vero Marketing funziona allo stesso modo, partire da una solida base di partenza, la strategia iniziale, per inserire una dose calcolata di ignoto. 

40 cc di ignoto per la X & Co. Spa per favore. 

E quindi sì, la strategia di Marketing deve necessariamente fare paura, essendo il mezzo che ci aiuta nell’avanscoperta. Deve contenere azioni salde a risultati certi e al contempo una piccola parte di queste devote all’elaborazione di dati nuovi, mai visti prima e se per tant’è questi sono positivi è: BINGO!

L’importante è trovare un nesso logico con le azioni delle quali conosciamo bene o male i possibili risvolti con quelle per le quali ci viene un brivido al solo programmarle perché non ne conosciamo gli effetti. 

Calcolata la massima possibile perdita se ci sta bene il gioco è fatto. Vi assicuro che arrivati a questo punto potremmo anche smettere di avere paura. 

Oggi riporto un esempio, come sempre personale, ma lavorativo. Non scriverò dettagli tecnici importanti, non posso farlo e non sarebbe etico. Garantisco che il nocciolo della questione sarà comunque cristallino.  

Sto servendo un’azienda dolciaria, nello specifico, produzione di gelati e lavorati semifreddi. Il potenziale c’è, il progetto c’è e la testa del Mastro è sul pezzo aiutato da un socio molto dinamico. Tutto perfetto no?! L’unica questione da risolvere è il suo vero e potenziale decollo che stenta un po’ ad avvenire, come il motore di una vecchia auto che in inverno fa un po’ di capricci, ma che alla fine parte e non la ferma più nessuno.

Fatta la prima e luuunga chiacchierata, mi annoto le info necessarie e torno in azienda a progetto ideato ed elaborato. Dunque, presento la strategia di Marketing dove nella prima parte erano contemplate azioni mirate, circoscritte al miglioramento di alcuni segmenti che avrebbero poi aiutato le vendite nei canali “standard”, quindi utilizzo dell’inbound marketing, funnel sul sito web, social media marketing, alcuni ritocchi nella sfera branding aziendale ecc. ecc.

Gli ultimi venti minuti dell’incontro li ho dedicati all’ignoto, preceduto da doverosa premessa: “rimanete seduti”.

La soddisfazione non è stata vedere arrossire i volti dei miei interlocutori per lo stupore, ma essere in collaborazione con persone che hanno capito il vero meccanismo del Marketing e che oggi stanno lavorando affinché la parte ignota diventi nota, e se Dio vuole sarà proprio quella a dare loro i più grandi risultati.

“Il Marketing è scalabilità”

Che è anche il titolo del prossimo articolo.

Buon lavoro e buon proseguimento di giornata.

A presto.

Un metodo davvero efficace per aumentare il fatturato

Le prime tre cose che domando all’azienda potenziale cliente sono:

  1. Qual è il progetto?
  2. Quali sono gli obiettivi?
  3. Qual è il budget a disposizione?

Alla prima questione ottengo risposte più o meno interessanti, sono una persona curiosa e sono parecchio stimolato dai progetti articolati, “li faccio miei” così dò il massimo.

La risposta alla seconda domanda, molto spesso è aumentare il fatturato e per me è sempre un piacere rispondere che non è affatto un obiettivo.

Il fatturato è una conseguenza.

Lo dobbiamo scolpire sulla pietra come fosse l’unico comandamento:

“IL FATTURATO È LA CONSEGUENZA DELLE NOSTRE AZIONI; IL FATTURATO È LA CONSEGUENZA DELLE NOSTRE AZIONI; IL FATTURATO È LA CONSEGUENZA DELLE NOSTRE AZIONI.”

L’unico modo per aumentarlo seriamente è spostare il focus su quegli obiettivi che, per l’appunto, tra i risultati collaterali hanno l’aumento del beneamato fatturato.

Lo sport, personalmente, mi ha aiutato molto a capire il cuore di questo concetto.

Praticavo la Muay Thai, l’ho praticata per dodici anni, mi allenavo quattro volte a settimana per circa tre ore al giorno. Ero un agonista, quindi competevo con altri della mia stazza anche se a volte mi trovavo difronte persone che erano leggermente più grosse di me. Non è forse così anche nella vita lavorativa?


Tante volte ho perso in combattimento, tante altre ho vinto. Posso dire che le vittorie si sono abbastanza concentrate come quantità verso la fine di questo mio percorso, e c’è un motivo ben preciso.


Gli ultimi quattro anni mi ero focalizzato solo ed esclusivamente sulle mie performance millimetriche piuttosto che migliorare il solo combattimento per battere il mio avversario.
Pian piano, sono migliorato nei tempi dei giri corsa intorno alla palestra, ho aumentato gradualmente il tempo dei round di corda e la velocità di esecuzione, ho lavorato al sacco tenendo sott’occhio sia tempi che l’esplosività e il numero dei round. In poche parole, ero concentrato sulle “piccole” cose. Nel mentre continuavo a praticare sparring, combattimento/allenamento con i miei compagni di squadra.

Il fatturato è equiparabile alla coppa che il 28/03/2010 ho portato a casa dopo aver vinto gli Italiani agli open tenutisi a Porto Potenza Picena (MC).
Bei giorni, beata gioventù. Ora da inguaribile autocritico, “panza avanza”.

Comunque, la vera e grandissima soddisfazione si è realizzata dopo un lavoro minuzioso e certosino.

Fare marketing è la stessa identica cosa e l’aumento di fatturato è una delle tante conseguenze benefiche per noi e la nostra azienda.
Dobbiamo lavorare quotidianamente su ciò che riporta la nostra strategia di marketing, la nostra mappa o per dirla in tema, la nostra scaletta di allenamento.

Lavorare sul nostro modo di gestire il cliente, lavorare sulla nostra comunicazione, lavorare sul servizio di customer care, tempi di risposta alle mail ecc.

Ancora, lavorare su ogni azione che fa parte del nostro lavoro quotidiano, migliorare il contenuto dei post dopo aver analizzato i report, migliorare il copy del sito web, migliorare l’elaborazione dei report propedeutici a previsioni più realistiche per poter allocare budget più importanti e così via.

Azione, report, fallimento, report, miglioramento, report e così fino al fantomatico aumento di fatturato.

Questo è l’unico metodo per una crescita reale, una crescita 10x.

Il prossimo articolo è intitolato: “la strategia di Marketing deve fare paura”.

A presto e buon Marketing.

P.s. Meglio gli utili del fatturato 😉

Quando è bene fare Advertising

MAI. 

Dai, ahah scherzo. 

L’advertising è un’arma molto potente quando controllata. Lo spot Pirelli degli anni ’90 riesce in breve a trasmettere il concetto apparentemente banale: “la potenza è nulla senza controllo”.

Oggi si può fare advertising su tante piattaforme, pagare l’evidenza del nostro post, banner o annuncio per un’audience controllata da parametri quali, pubblico, località ecc. 

Questa enorme quantità di possibilità va necessariamente elaborata e pianificata. 

Tanto per cominciare, per chi è il nostro prodotto o servizio?

Se hai una risposta a questa domanda, questione che dovrebbe essere scontata, inizia a pensare all’identikit preciso della tua buyer persona. Ha gli occhiali? È una femmina? È per caso Susan? No, se ha gli occhiali è Claire!! 

Il mio preferito è il solo Bernard, ahah. 

Indovina chi a parte, definire il nostro pubblico è il secondo passo.

Il terzo: scegliere i canali dove il nostro pubblico è presente e non solo, quali sono le attività che svolge in quelle specifiche piattaforme. Così sapremo anche cosa vuole vedere, leggere o ascoltare. 

Giunti a questo punto non è comunque detto che sia bene fare Adv. 

Rispondiamoci sempre ad alcune domande:

  • Che cosa voglio sponsorizzare?
  • Che cosa dovrei ottenere con quella specifica campagna?
  • È fine a sé stessa o fa parte di un disegno più grande?

Avrete capito che l’ultima domanda è la più importante. Se la nostra azione non viene finalizzata e contestualizzata in un progetto più grande è quasi sicuramente inutile fare advertising. 

A tutti gli amanti del breve termine: continuate a spendere e/o far spendere ai vostri clienti in campagne pubblicitarie fine a sé stesse, i fornitori saranno sempre e comunque lieti di ciò. Google vi ringrazia insieme a Facebook e tutti gli altri. 

Attivare una campagna Adv per forza, perché semplicemente dobbiamo sollecitare l’audience e il nostro pubblico, potrebbe essere deleterio nel medio periodo. È un po’ come quando la mamma si raccomanda di non bruciare le tappe. È davvero la stessa cosa. Ci si può ritorcere contro in un batter d’occhio. 

Forse siamo troppo abituati alla velocità e di conseguenza abbiamo premura di crescere. Pompare un prodotto facendo Adv senza premeditazione strategica può significare la fine dello stesso. Basilare sperimentazione del prodotto per poi vederlo attraversare territori ed espandersi a macchia d’olio, senza solide fondamenta e feedback positivi da parte del mercato è pressoché inutile fare Adv, sarebbe solo un catalizzatore verso la sua disfatta, anziché favorirne la crescita. 

Concretamente, un breve elenco di casi nei quali non si deve fare adv se si tiene alla vita del proprio prodotto o servizio.

Quando mancano:

  1. Lo studio approfondito del percorso e il customer journey;
  2. Lo studio approfondito della nostra buyer persona;
  3. Una strategia di marketing ben precisa;
  4. Dati di riscontro dal nostro pubblico;
  5. L’elaborazione dei dati sotto più ottiche possibili;
  6. Eventuali previsioni.

L’uomo di marketing che segue la comunicazione per la tua azienda deve avere più a cuore di te gli obiettivi che riguardano la sua crescita. È necessario che sia così, è un must.

Nel momento in cui si hanno tutti gli elementi essenziali alla crescita, possiamo scegliere di mettere il boost, sempre calcolato e controllato. A questo punto possiamo dare il via ad operazioni di marketing come, ad esempio, Lead Generation. 

A proposito di crescita, il titolo del prossimo articolo è: “Un metodo efficace per aumentare il fatturato”, nel quale spiegherò le best practice per avviarne una. 

A presto e buon lavoro.

Il marketing non è quantità

Alcuni pensano che fare marketing significa essere presenti. I canali da poter utilizzare ed analizzare sono tanti, indi per cui, riempire tutti i canali degli stessi contenuti anche se prodotti in formati diversi non porta a nulla. O meglio è come utilizzare poco più che un solo canale. Faccio esempio pratico, sei un’azienda manifatturiera che vende anche all’estero, hai 300 dipendenti e per fare il tuo marketing utilizzi il sito, la pagina Facebook e quella di LinkedIn. Ipoteticamente parlando, utilizzi il sito come “vetrina” e poco più, la pagina Fb e quella Lk dove posti gli stessi contenuti perché sei nel mercato B2B e di conseguenza considerando Fb il “social di presenza”. 

Ogni cosa ha senso di esistere se ha una missione unica e precisa.

Replicare contenuti su canali diversi è una chimera che rende le persone appagate e soddisfatte. Io stesso ho sbattuto il mio non carino muso all’inizio delle pubblicazioni nel mio blog, re-postavo gli stessi articoli su LinkedIn. Brutti risultati.

Di fatto parliamo anche di logica, le persone aprono i diversi canali con scopi diversi. Anche parlando dello stesso pubblico, se ci fermassimo a riflettere solo un secondo, capiremmo che l’utente John Smith – al povero Mario Rossi fischiano troppo le orecchie – apre LinkedIn perché vuole tenersi aggiornato sullo status quo del momento, apre Instagram perché essendo appassionato di farfalle, ama vedere le loro foto e infine apre Facebook perché segue alcuni gruppi di politica – parlandone in maniera spicciola. Il punto è proprio questo. Addio coinvolgimento utente. Se ho meritato inizialmente la tua fiducia perché hai intravisto nel mio operato spunti di miglioramento, la perdo a poco a poco perché sempre, a poco a poco – perdona la ripetizione – non ti coinvolgo più fornendoti nuove esperienze. Ovunque ti girerai troverai le stesse cose. Addio al famoso engagement rate. 

Non è perché sono un uomo di marketing che ho in testa solo la strategia, ce l’avrei anche se fossi un imprenditore ;). 

Volendo enfatizzare un pochino, tutti dobbiamo essere un po’ imprenditori. 

Tornando al concetto come utilizzare al meglio i canali che abbiamo a disposizione. Ognuno di essi merita un’attenzione qualitativa diversa, quindi, ognuno di essi merita contenuti diversi. Certo va anche meglio quando collegati fra loro da una strategia di marketing cerata appositamente, l’essenziale è che siano diversi come qualità di contenuto, per dirla ancora meglio che abbiano concetti diversi e prodotti con la stessa qualità.

Sperando di esserti stato utile, ti anticipo come mio solito il titolo del prossimo appuntamento. Il quarto articolo tratterà di: “quando è meglio fare ADV?”

Mi interessano le critiche, vorrei sapere cosa ne pensi, lascia un commento qua sotto. 

Grazie in anticipo e buon proseguimento.

La multi-direzionalità del marketing

Premessa importante: il seguente inciso non si vuole contestualizzare nelle best practice che riguardano attirare nuovi clienti, migliorare le vendite per l’e-commerce aziendale o attribuire un valore malsano alle adv. Non so te, ma sembra che oggi ruoti tutto intorno alle adv, se non fai adv non sei nessuno, se non fai adv non vendi ecc. 

…Baggianate!

Dunque, parlo a tutte quelle aziende che hanno almeno un dipendente e/o un collaboratore, o a tutte quelle dove è presente e di rilievo il reparto vendite composto da esseri umani che si spaccano la schiena dalla mattina alla sera, a destra e a manca per incontrare persone e concludere la vendita del prodotto o servizio che la propria azienda offre nel mercato. 

Qual è di fatto il primo cliente?

Mistero presto svelato: i primi vostri clienti sono i vostri dipendenti e collaboratori. 

Un dipendente, come un collaboratore può essere misurato, in termini sterili, guardando i numeri che porta a fine mese, analizzandolo in senso più profondo e magari anche umano, verificando la sua contentezza di lavorare in azienda. Ora il mondo non è tutto rosa e forse, dico forse, Babbo Natale è esistito , quindi sempre coi piedi per terra, applicare parte della forza marketing per aumentare l’autorevolezza aziendale nei confronti dei dipendenti e collaboratori è molto importante. 

Non siamo più nella catena di montaggio di Ford, dove gli operai venivano incentivati a cottimo nel lontano 1913. Oggi il dipendente vuole essere coinvolto dall’azienda, o meglio, si è visto, studiato ed appurato che quando coinvolto come parte integrante di essa ha performance migliori. 

È un po’ come quando da ragazzi dovevamo chiedere qualcosa ai nostri genitori, prima di poter “sponsorizzare” il nuovo motorino fiammante agli amici dovevamo “convincere” loro. Erano Papà e Mamma la prima sfida di debutto. Per lo meno mi hanno cresciuto a base di meritocrazia e all’occorrente le tanto criticate punizioni. Quindi se avevo una condotta consona ai loro principi e valori le cose arrivavano, altrimenti nada. 

Quello che sto cercando di dire è: non è importante avere un sito figo quando chi lavora in azienda è il primo a non essere felice ed entusiasta nel perorare le cause aziendali. I siti fighi, peraltro, non esistono. Nel marketing non esiste bello o brutto, esiste il “questa cosa funziona” e “questa cosa, così funziona meno”.

Tutto ha il suo perché e il suo nesso logico che guarda al suo obiettivo, mi fermo qui perché approfondirò la questione nella prossima pubblicazione. 

Quindi, se i primi clienti dell’amata azienda sono i propri dipendenti e collaboratori parte della strategia di marketing deve necessariamente contemplare azioni e operazioni che abbiano come proprio centro la loro soddisfazione. 

Oltretutto, se vogliamo considerare il mondo fatato di prima, direi che sarebbe un mondo migliore. 

Come fare marketing interno? 

Team building, formazione e soprattutto content marketing insieme a inbound marketing, costante e rivolto verso l’interno della propria azienda. Contenuti che possano migliorare significativamente la permanenza lavorativa dei propri dipendenti e collaboratori. Ad esempio, essendo loro parte integrante del motore aziendale, ringraziandoli per esserci con una lettera o un video, e molto altro.

Il marketing interno va considerato oggi più che mai. 

Azione vs Reazione

Perché è importante non reagire.

Non so a te, ma ogni tanto la parola cambiamento – quello non calcolato – riesce a trasmettermi una sorta di tremolio, sicuramente grazie alla ventata di ignoto che porta con sé. 

Di fronte all’ignoto, proprio perché inaspettato è difficile non reagire. Partendo dal presupposto che la maggior parte degli errori si commettono reagendo ad una situazione piuttosto che agendo consapevolmente. Ce lo insegna anche la storia con le cadute dei vari big apparsi e vissuti. Alessandro Magno, Napoleone, anche lo stesso Adolf Hitler. Cause a parte, l’ultimo individuo nominato lo prendo in considerazione solo per questo tema. 

Oggi parlo di storia per due motivi. Il primo: evito riferimenti banali con unicorni dei nostri tempi e insomma, le solite cose. Il secondo: personalmente credo sia incredibile che la nostra specie, l’uomo, sotto alcuni e sottolineo – per fortuna – alcuni aspetti non si sia evoluto affatto. 

Alessandro, dopo la morte del padre Filippo è stato proclamato re dall’esercito e dagli ufficiali. Grazie a quella che oggi noi chiamiamo gavetta, per lui sono state le spedizioni a cui ha preso parte in quattro anni di servizio sotto il regno del padre Filippo e portate a termine con discreti risultati. 

In tema: Alessandro all’età di sedici anni, quando venne mandato in spedizione dal padre per la prima volta non poteva sapere che da lì a quattro anni sarebbe diventato re. Ha affrontato il cambiamento consapevolmente perché comunque programmato: da studente di Aristotele a soldato, condottiero. Non ha reagito, ha agito. Si era preparato per quella strada.

Ahimè, non è sempre così alle volte siamo chiamati a ponderare azioni non premeditate, saltate fuori dal cilindro come il coniglio nel numero del mago. In questo caso, se caschiamo nel tranello della fretta siamo portati a reagire e a fallire di più. Certo il fallimento è importante perché solo dal fallimento si imparano questioni molto importanti, ma non è il tema di oggi. Voglio che il focus sia tutto su azione e reazione. Un tema che riguarda tutti noi da vicino e tocca davvero la vita a 360°. 

Comunque, reagiamo quando offuscati dalla tempestività di un evento e vengono prese decisioni affrettate. Decisioni che molto spesso guardano al domani e non arrivano al dopo domani.  

Agiamo e sì, possiamo comunque commettere quell’errore fastidioso, ma appena dopo averlo commesso, siamo in grado di non ripeterlo e fare decisamente meglio. Al contrario, quando reagiamo e di conseguenza mettiamo in atto azioni a seguito di quella cosa, decidiamo offuscati dal contesto e se ci dice fortuna non commettiamo errori, molto probabilmente ne commettiamo qualcuno che non saremmo in grado di osservare, capire e non perpetrare. 

Trovi anche tu analogie con il marketing? 

Quando magari il sito non converte quanto previsto, quando la campagna adv sta attirando il pubblico sbagliato, quando usiamo quello strumento perché semplicemente tutto il resto del mondo lo fa, e nonostante tutto ciò, quando va bene ritenti con la spesa, quando va male smetti proprio di pensare al marketing come investimento. Azioni affrettate e non ponderate per un fine più alto non portano a nulla. Hai la sensazione di aver speso i soldi anziché di aver fatto un proficuo investimento. 

Se anche tu hai provato una di queste esperienze o sensazioni è bene. 

Perché hai capito che il marketing, essendo l’insieme di mezzi ed azioni che ci permettono di raggiungere i nostri obiettivi, ha un inizio e non ha una fine – teoricamente parlando. Quindi spesso ci si trova a dover prendere decisioni che non erano state considerate nella strategia iniziale o nel piano marketing operativo. Decisioni che portano macinazione di un altro pezzo di percorso che se troppo discostato da quello auspicato potrebbe essere un problema per l’azienda. Diventa essenziale avere la giusta strategia di marketing. 

Immaginiamo che ogni azienda tracci preventivamente il suo percorso di marketing, tutte le aziende partono lo stesso anno, lo stesso giorno, la stessa ora. Bene, tutte con il proprio percorso che produrrà dei cambiamenti inevitabili nel mercato, nelle persone, ecc. quindi tutte si troveranno a dover modificare il piano 1.0 grazie ai cambiamenti apportati da ogni azienda nel mondo. 

Il concetto è: come viene modificato? Cosa viene preso in considerazione? Con che peso? Perché? È una reazione a qualcosa di poco proficuo? Quanto è stata analizzata la situazione per il domani? E per il dopo domani? 

Non viviamo più in paeselli scollegati fra loro. Oggi si ha l’opportunità di parlare a più persone e rendere l’evoluzione più efficace. Il marketing non è manipolazione, è efficienza nel raggiungere le persone alle quali potrebbero fare davvero comodo i nostri servizi. Ad esempio, nel prossimo articolo che verrà pubblicato nel mio blog tratterò come argomento “La multi-direzionalità del Marketing?”, ora ti ho sicuramente messo una pulce all’orecchio suscitando un tantino il tuo interesse. Se è così significa che sei il giusto lettore. Ogni cosa esistente sulla faccia della terra non è per tutti, compreso tutto ciò che sto condividendo. È giusto che sia così. L’unico, Seth Godin, ne insegna qualcosa.

In definitiva, sono un promotore incallito dell’agire che cerca di scansare il reagire con ogni mezzo e forza a disposizione. Non si era capito eh?! 

Scherzi a parte se non ti senti il conduttore delle tue azioni probabilmente non funziona qualcosa, stai correndo dietro a qualcosa di sbagliato, senza un perché, con la strategia di marketing puoi trovarne uno. Io posso aiutarti ad individuare il Bianconiglio e acchiapparlo. 

Buon proseguimento e a presto.